Prova contratto scritto – Cass 6480-21

Prova del contratto bancario nelle azioni di ripetizione dell’indebito o di accertamento negativo – Cass., ord. n. 6480 del 9 marzo 2021

Si segnala un’interessante ordinanza della Corte di Cassazione che contiene
importanti precisazioni in tema di prova del contratto di conto corrente in relazione
all’azione di ripetizione di indebito oggettivo (art. 2033 c.c.) o di accertamento
negativo.
Precisamente, la Suprema Corte afferma che il problema della prova del contratto
di conto corrente non si pone avendo riguardo alla pratica dell’anatocismo. Ciò in
quanto, a seguito della sentenza della Corte Cost. n. 425 del 2000 – che ha
dichiarato costituzionalmente illegittimo, per violazione dell’art. 76, Cost., il D.Lgs.
n. 342 del 1999, art. 25, comma 3, il quale aveva fatto salva la validità e l’efficacia,
fino all’entrata in vigore della delibera CICR di cui al medesimo art. 25, comma 2,
delle clausole anatocistiche stipulate in precedenza – siffatte clausole sono
disciplinate dalla normativa anteriormente in vigore e, quindi, sono da considerare
sempre nulle in quanto stipulate in violazione dell’art. 1283, c.c., perchè basate su
un uso negoziale, anziché su un uso normativo (Cass. Sez. U. 4 novembre 2004,
n. 21095). In altri termini, la capitalizzazione degli interessi passivi deve essere
sempre eliminata, quale che sia il preciso contenuto delle disposizioni pattizie,
giacché il contratto non avrebbe potuto validamente contemplarla.
Altrettanto non vale con riguardo agli interessi ultralegali ed alla commissione di
massimo scoperto, giacché gli uni e gli altri non sono vietati in senso assoluto,
potendo essere convenuti contrattualmente, ma devono esserlo per iscritto, a
pena di nullità, a mente della L. n. 154 del 1992, artt. 3 e 4, e art. 117 t.u.b., oltre
che in base alla disposizione di cui all’art. 1284 c.c., comma 3, applicabile agli
interessi ultralegali nel periodo anteriore alla vigenza della disciplina introdotta
dalle citate norme della legge sulla trasparenza bancaria e del testo unico
bancario.
Affermata la necessità della pattuizione scritta con riguardo agli interessi ultralegali
e alla commissione di massimo scoperto, ne consegue, secondo la Corte, che il
cliente avrà l’onere di provare l’inesistenza della causa giustificativa dei pagamenti
effettuati, mediante la produzione del contratto, giacché è attraverso tale documento che potrà dimostrare l’assenza delle disposizioni che potrebbero giustificare l’addebito delle somme corrispondenti (cfr. Cass. 13 dicembre 2019, n.33009).
Detto ciò, la Suprema Corte precisa come tale principio, di carattere generale,
sempre operante ove si faccia questione di un contratto pacificamente concluso
per iscritto, si presti ad essere diversamente modulato con riferimento a due
particolari ipotesi, entrambe collegate a un’allegazione attorea circa la conclusione
del contratto in forma orale o per fatti concludenti. Infatti, è possibile che
quest’ultima allegazione sia incontroversa tra le parti, e allora il giudice deve dare
senz’altro atto dell’integrale nullità del negozio e, quindi, anche dell’assenza di
clausole che giustifichino l’applicazione degli interessi ultralegali e della
commissione di massimo scoperto. Ma è possibile, pure, che la domanda basata
sul mancato perfezionamento del contratto nella forma scritta sia contrastata dalla
banca (che quindi sostenga la valida conclusione, in quella forma, del negozio): e
in tale seconda ipotesi non può gravarsi il correntista, attore in giudizio, della prova
negativa della documentazione dell’accordo, incombendo semmai alla banca
convenuta di darne positivo riscontro.

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